La sentenza della Corte edu nel caso Isaia e altri contro lo Stato Italiano (leggibile cliccando qui) pare imporre un cambio di rotta del sistema italiano delle misure di prevenzione patrimoniali ante-delictum, ovvero quelle misure patrimoniali di prevenzione che permettono di sequestrare beni a un soggetto, prima che sia stata pronunciata una condanna per un reato specifico, in conformità a una valutazione di pericolosità e alla presunzione che i beni derivino da attività illecite.

La Corte pretende il collegamento temporale fra la commissione del reato e l’acquisto dei beni, sancisce un rigoroso onere della prova della disponibilità dei beni in capo ai terzi e, soprattutto, l’esigenza di individuare i reati che producono effettivamente profitti illeciti: la semplice appartenenza a un’associazione per delinquere di stampo mafioso non può automaticamente implicare la produzione di guadagni illeciti e di conseguenza nemmeno l’applicazione delle relative misure di prevenzione ante-delictum.

Il principio di proporzionalità e il collegato bilanciamento impongono di valutare che l’azione intrapresa sia adeguata al fine perseguito, minimizzando i danni ai soggetti coinvolti e mantenendo un rapporto equo tra l’interesse pubblico e quello del singolo.

L’effetto sul sistema delle misure di prevenzione è dirompente.